LEVATO: LA TERRA A CHI LA LAVORA!

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In occasione dell’8 marzoGIORNATA INTERNAZIONALE DELLE DONNE – vogliamo ricordare la storia di GIUDITTA LEVATO emblema delle lotte antilatifondiste in Calabria.

La sua storia personale si inquadra in un momento storico ben preciso. Nell’immediato secondo dopoguerra italiano, infatti, i movimenti di lotta bracciantile per l’occupazione delle terre incolte si svilupparono prepotentemente in Calabria come nel resto del meridione.

Molte delle lotte contadine contro gli agrari e per la riappropriazione delle terre, tra il 1944 e il 1950, furono segnate da stragi ed eccidi: Calabricata, Petilia Policastro e Melissa in Calabria e Portella della Ginestra in Sicilia rappresentano, probabilmente, i due momenti più alti e duri della lotta.

Giuditta Levato Nata il 18 agosto 1915 a Calabricata, fu la prima vittima della repressione agraria.

Le lotte contadine si susseguivano ormai dal 1944, da quando erano entrati in vigore i cosiddetti decreti Gullo i quali assegnavano parte dei latifondi (spesso la parte incolta e poco fertile…) ai braccianti riuniti in cooperative e comitati.

Giuditta Levato si iscrisse al PCI dove, grazie al suo duro lavoro militante, nacquero proprio a Calabricata la prima sezione del partito, una cooperativa ed infine la Lega.

Con estrema semplicità di linguaggio, riusciva a parlare ai braccianti del pensiero comunista come mezzo di liberazione degli uomini dal bisogno, dalle guerre e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La terra ai contadini! Il dominio dei padroni doveva finire! La terra a chi la lavora! Erano queste le richieste di Giuditta Levato e del movimento bracciantile calabrese.

Il 28 novembre 1946, Giuditta (incinta di sette mesi del terzo figlio) si recò nei campi espropriati e coltivati assieme ad altri braccianti. I decreti Gullo erano in vigore da tempo e le masse contadine si organizzavano, quasi quotidianamente, per occupare pezzi di latifondo incolto e lavorarli.

Gli agrari, tuttavia, non potevano mandare giù un simile affronto ed organizzarono con la violenza – privata e di Stato – la riconquista delle terre espropriate.

Uno di essi, Pietro Mazza, decise quella mattina di dare una lezione ai “contadini usurpatori di terre”. Una fucilata di un fedelissimo di Mazza colpì in pieno addome Giuditta Levato che sanguinante, venne trasportata prima a casa e poi in ospedale; fu però tutto inutile.

In punto di morte, Giuditta Levato rivolgendosi al senatore comunista Poerio disse: “Io sono morta per loro, sono morta per tutti. Ho dato tutto alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza; ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che io sono partita per un lungo viaggio ma ritornerò certamente, sicuramente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano, combattano con me, più di me, per vendicarmi”.

GIUDITTA LEVATO AVEVA SOLO 31 ANNI.

La violenza padronale dilagherà, da lì a poco, in tutto il Meridione e l’anno successivo colpirà i braccianti di Petilia Policastro e, nel 1949, quelli di Melissa.

Pubblicato il 8 marzo 2015, in comunicati, eventi, territorio con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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