CI SONO STORIE DI DONNE…

ci-sono-storie-di-donne_webLE DONNE NELLA RESISTENZA: DALLA PALESTINA A KOBANE

IL 1° APRILE a Lamezia Terme Assemblea con Ezel ALCU (Movimento delle Donne Kurde) e Nando PRIMERANO (autore del libro e militante del CSOA A. CArtella)
 – Ci sono storie di donne che attraversano silenziose il nostro cammino. Ci sono storie di donne che deflagrano contro le nostre esistenze sempre più indifferenti. Ci sono storie di donne che non si dimenticano e che non si devono dimenticare. Silvia Baraldini, Aung San Soou Ki, Sakineh, e le altre, la desaparecida Maria Angela Aieta, Beida e Suelma del popolo Saharawi, Leyla Zana del Kurdistan, donne che combattono per le proprie idee, per affermare la loro libertà e quella del proprio popolo, donne che pagano per le loro scelte.

Queste sono le storie che Nando Primerano sceglie di raccontare, per fare uscire dall’oblio e dal silenzio esistenze che hanno contribuito alla storia, “vite occultate”, le definisce l’autore, “ i cui meriti sono stati misconosciuti o presi da altri.

La rivoluzione delle donne curde: una resistenza leggendaria

di Nursel Kilic, Rappresentante del Movimento delle donne Kurde

Le donne curde hanno delle caratteristiche particolari, sono originarie di un popolo diviso in quattro paesi e obbligate a vivere sotto dei differenti regimi oppressori. Doppiamente discriminate, si sono dovute confrontare con degli approcci discriminatori in tutti gli ambiti della società.Si sono ritrovate a confrontarsi con politiche che negano non solo la loro identità ma anche il loro genere. Anche loro, come la gran parte delle donne di questo mondo, sono state formate sulla base dei principi ricevuti e sottomesse a dei ruoli concepiti dal sistema patriarcale.
Un sistema che si è riprodotto in tutte le strutture monopoliste della società. Le curde, vivendo in comunità, provengono da differenti credenze e religioni e, rispetto a questo, hanno alcune divergenze riguardanti la posizione della donna nelle differenti strutture sociali.
Una questione fondamentale che ha decretato il risveglio delle donne curde è stata una presa di coscienza riguardo al colonialismo e alle politiche di assimilazione. Si sono avvicinate e, in seguito, impegnate attivamente nella lotta per il riconoscimento dei loro diritti culturali e d’identità all’interno di uno spirito nazionale. Queste donne, portatrici di una cultura curda, sono fino ad oggi le architette di un ponte storico per la trasmissione della lingua e delle tradizioni curde. Hanno affrontato, sotto condizioni molto pesanti, approcci colonizzatori riprodotti non soltanto dalle autorità statali ma anche dalle comunità dove sono state spesso accusate dagli attori della dominazione maschile di essere inferiori e incapaci.Una colonizzazione etnica e sessuale allo stesso tempo. Queste donne, originarie della Mesopotamia, culla della civilizzazione, lottano oggi per reintrodursi a pieno titolo nei ranghi dell’umanità.Il Movimento delle donne curde è nato in modo organizzato e impegnato nella metà degli anni ’80 in Europa. Il primo metodo di sensibilizzazione delle donne a tutti i livelli della società fu, innanzitutto, quello di valutare la condizione delle donne curde all’interno delle comunità, le discriminazioni con cui si dovevano confrontare, il loro livello sociale e politico al fine di poter lavorare a dei progetti per la loro emancipazione a lungo termine. Le tradizioni arcaiche provenienti dal feudalismo regnavano e regnano ancora in molti luoghi del Kurdistan. Questa prima associazione ha giocato all’epoca un ruolo importante per la presa di coscienza da parte delle curde sui problemi della violenza di genere in tutte le sue forme.Una delle figure emblematiche del femminismo in Kurdistan è stata Sakine Cansiz, cofondatrice del PKK, una delle due donne del gruppo fondatore di liberazione del Kurdistan. La sua resistenza leggendaria durante la detenzione nella prigione di Diyarbakir contro i torturatori è stata una tappa fondamentale della mobilitazione e della partecipazione attiva delle donne in seno alla lotta per la liberazione del Kurdistan. Sakine Cansiz è stata la prima donna curda ad avere presentato un’arringa politica ai tribunali della Turchia. La sua inflessibilità, determinazione, dignità e convinzione politica sono state una roadmap per molti detenuti politici imprigionati in seguito al colpo di stato del 12 settembre 1980.L’ obiettivo principale di questo movimento all’interno della società curda era quello di avviare una riflessione e un’interrogazione sul potere patriarcale che attraversa tutte le classi sociali. Le donne avevano per la prima volta l’opportunità di decifrare i codici della dominazione maschile in tutte le loro sfaccettature. In seguito avrebbero potuto analizzare e implementare delle strategie pratiche mirate a ridurre questo potere tramite le organizzazioni associative, politiche e di autodifesa.Durante gli anni ’90 le donne sono state la forza motrice delle sommosse nelle metropoli curde contro le operazioni militari dello stato turco sulla popolazione civile. Beriban Cizre diventò il simbolo di questa inter-rivoluzione nel 1992 a Cizre posizionandosi come scudo umano davanti ai carri armati dell’esercito turco. Parallelamente le donne curde hanno cominciato ad occupare un posto importante nella rappresentanza politica del popolo curdo. Ancora una volta Leyla Zana è stata una figura importante giurando solennemente in curdo in occasione della sua nomina come deputata parlamentare di HEP. Per questo è stata imprigionata con alcuni suoi compagni per più di dieci anni.Gli anni ‘90 sono stati un periodo di arricchimento ideologico e organizzativo per le donne delle quattro parti del Kurdistan. In ciascuna di queste parti le donne si sono mobilitate attraverso la costituzione di comitati locali, rappresentazioni politiche dei movimenti di base nell’ambito delle municipalità , nonché attraverso partiti politici per i diritti delle donne. E’ in questo periodo che la partecipazione attiva delle donne alla lotta armata diventa sempre più ampia e rappresentativa. Donne e uomini che combattevano per una causa comune, il riconoscimento della questione curda, avevano ormai un’altra ragione rivoluzionaria: la liberazione delle donne.Questi uomini e queste donne provenivano da diverse strutture sociali, ancora permeate dalla mentalità patriarcale e dal dominio maschile. Lo scontro tra questa mentalità e le nuove idee sul ruolo delle donne nella società, basate su valori egualitari uomo/donna e sul consenso collettivo in seno al movimento, generavano spesso dei conflitti interni rispetto al potere.
Gulnaz Karatas Beritan è stata un esempio di determinazione di fronte alle discriminazioni e interpretazioni sessiste verso le donne: ha rotto per prima dei tabù permettendo a delle militanti curde di liberarsi dalla sottomessione agli ordini maschili. E’ stata una delle prime comandanti della unità non miste in seno al movimento armato. Ha condotto una resistenza accanita contro il nemico e ha utilizzato fino all’ultima munizione, ha rotto il suo kalashikov per non farlo cadere nelle mani dell’avversario e, infine, si è gettata da una falesia per non farsi arrestare.Un’altra tappa decisiva è stata lo sviluppo della teoria della “rottura di genere”, quindi la separazione fisica delle donne dalle unità miste. E’ stato un periodo di messa in questione della posizione delle donne in base alla nuova ideologia sviluppata anche attraverso le analisi di Abdullah Ocalan – leader storico del movimento di librazione del Kurdistan – sul ruolo della donna nella società . Questa ideologia femminista si è arricchita anche con l’eredità dei movimenti femministi universali e attraverso le analisi e le riflessioni delle figure storiche del femminismo come Olympes de Gouges, Rosa Luxembourg, Clara Zetkin, le sorelle Mirabal e altre ancora che sono state modelli di formazione. Immediatamente sono cominciate le attività di educazione popolare femminista in tutte le strutture organizzative dove erano rappresentate le donne curde, a livello sociale, culturale e politico.Nel 1995 fu fondato il primo Movimento delle Donne Curde in seno al Movimento Nazionale del Kurdistan : la YAJK, l’unione delle donne libere del Kurdistan. Sakine Cansiz, dopo dieci anni di detenzione, fu una delle co-fondatrici del movimento che, poco a poco, cominciò a farsi conoscere a livello internazionale. Lo stesso anno le donne curde sensibilizzarono la comunità internazionale partecipando clandestinamente alla conferenza internazionale delle Nazioni Unite a Pechino.Per la prima volta portarono la voce della resistenza delle donne curde nell’ambito del femminismo mondiale, testimoniando le proprie esperienze di lotta e i genocidi che avevano dovuto e ancora oggi devono affrontare. Questo momento forte si tradusse in attività solidali con le organizzazioni femministe come la Federazione Democratica Internazionale delle donne e “Femmes Solidaires” in Francia. Dal 1995 la YAJK e altre organizzazioni femministe curde come il Bureau des Femmes Kurdes (con sede a Dusseldorf), la Fondazione Internazionale delle Donne Libere e la Rappresentazione Internazionale del Movimento delle Donne Curde tessono dei legami di lotta con il movimento femminista internazionale.Nel 1999 il movimento delle donne ha deciso di trasformarsi in partito ideologico – il PJKK (Partito delle donne lavoratrici del Kurdistan) – che in seguito ha cambiato denominazione in PAJK (Partito di liberazione delle donne curde). Il partito è andato oltre l’analisi delle classi sociali, non si è limitato più soltanto alla classe operaia ma ha assunto la questione di un nuovo contratto sociale. Contratto sociale basato sulla critica dello stato nazione e del monopolio del sistema patriarcale. Mirava alla costruzione di una società libera che avrebbe instaurato un sistema confederale democratico per tutti i componenti della società, basato sulla liberazione delle donne. Un sistema in cui le donne avrebbero avuto la stessa posizione nei meccanismi decisionali della società, a tutti i livelli.E’ sicuramente importante soffermarsi sulla tappa della trasformazione della mentalità sia femminile che maschile. E’ stata ed è tuttora una continua lotta di queste idee progressiste contro la mentalità regressiva. La questione della messa in discussione del potere e delle sue relazioni di dominio è stata decisiva. C’è stato bisogno che le donne si autorganizzassero liberandosi dalla mentalità dominatrice che a volte anche loro stesse riproducono nei ruoli e nelle responsabilità che assumono all’interno del movimento. C’è stato bisogno che le donne non percorressero uno schema simile a quello del movimento o della rappresentazione generale, ma che diventassero portatrici di un nuovo contratto sociale – dal locale al globale – in uno spirito di consenso collettivo, valore essenziale del femminismo e della laicità. E’ stata nondimeno una lotta determinata contro tutti gli atteggiamenti patriarcali che consideravano le donne come forza di sostegno logistico e non dal punto di vista della volontà politica.Man mano che i processi di trasformazione della mentalità avanzavano, le organizzazioni delle donne curde hanno preso il loro spazio all’interno dei movimenti politici e sociali. Le donne curde sono state promotrici di grandi campagne di sensibilizzazione su tematiche sociali come il delitto d’onore, la discriminazione di genere, ogni forma di violenza contro le donne, la lapidazione, la pena di morte e il femminicidio. Queste campagne hanno giocato un ruolo fondamentale nelle attività di educazione popolare della società curda.

Su tutti questi aspetti vediamo oggi delinearsi la messa in opera del progetto di contratto sociale in tutte le parti del Kurdistan. Nel Kurdistan del Nord, le donne sono oggi rappresentate in tutti gli ambiti politici e associativi al pari degli uomini attraverso il sistema di co-presidenza. Rispetto alla percentuale generale della presenza delle donne nella grande assemblea nazionale della Turchia, il numero delle deputate del HDP è il più elevato. Questo sistema di co-presidenza esiste anche in tutte le municipalità acquisite dal HDP durante le ultime legislative. In tutti i comuni vige il sistema della co-presidenza, che si collega alla espressione diretta della volontà delle donne in tutti gli ambiti politici. Allo stesso tempo esse sono anche membri del Movimento democratico della liberazione delle donne, che è un movimento che riunisce tutte le etnie, le identità di genere, le femministe, gli artisti, gli ecologisti, gli anarchici, le Ong umanitarie e tutte le espressioni politiche che si riconoscono nei valori della liberazione delle donne. Le donne mobilitano quartieri, villaggi e municipalità attraverso riunioni locali per determinare gli assi di lavoro in base alla situazione delle donne di quello specifico territorio e per una visione politica basata sul consenso collettivo.

Il Rojava un modello democratico per il Medio Oriente: una rivoluzione femminile
Oggi, quartiere per quartiere, le donne creano associazioni educative e sociali per garantire lo sviluppo e la sicurezza dei bambini in questo paese alle prese con una guerra che dura da tre anni. Queste donne, in quanto curde, sono vittime sia delle forze del regime di Bashar al-Assad sia dei jihadisti. Le donne curde del Rojava si sono mobilitate con le donne arabe, turcomanne, assire e alevite per lavorare a soluzioni politiche e sociali collettive per la propria emancipazione. Queste donne sono la forza motrice della rivoluzione e le architette di un sistema democratico ripulito da ogni influenza patriarcale.

Le donne curde del Rojava sono pienamente impegnate e sono uno dei pilastri del sistema chiamato “autonomia democratica del Kurdistan siriano”. Hanno avuto accesso a tutti i livelli di autogoverno, composto da tre cantoni. Questa è una rivoluzione nella rivoluzione.

Questa inter-rivoluzione è frutto della tradizione femminista delle donne curde che è in corso da quasi 40 anni. Le donne del Rojava conoscono da oltre vent’ anni l’esperienza del Movimento delle donne curde di cui fanno parte.

Il processo di creazione di questo sistema democratico autonomo, anche per le specificità sociali e politiche delle comunità che ne fanno parte, è passato attraverso riflessioni anche conflittuali sul ruolo delle donne nei meccanismi di autogestione. Si è trattato ancora una volta di un grande lavoro di educazione popolare basato sulla ideologia della liberazione delle donne. Le donne si sono organizzate in associazioni e assemblee popolari femministe che comprendono nelle loro strutture la partecipazione di donne di altre etnie della regione.

Oggi le donne del Rojava sono mobilitate in gran numero nelle unità di difesa del popolo, YPG, ma anche nelle unità di difesa delle donne, YPJ.

Sono giovani, dinamiche e soprattutto si ribellano contro gli attacchi disumani che mirano alla distruzione del loro popolo. Sono organizzate in battaglioni o in unità speciali completamente indipendenti dai combattenti uomini.

Da settimane queste donne sono soggetto di attualità, fotografate da molti organi di stampa, la loro lotta è stata talvolta marginalizzata in qualche trafiletto.

Non si tratta solo di figure belle e carismatiche, ma di scudi umani che si sacrificano per la libertà del loro popolo e per proteggere donne e bambini.

Arin Mirkan ha sacrificato la sua vita per non permettere il passaggio ai terroristi di ISIS. Si è fatta esplodere sterminando decine di soldati dell’ISIS. Questo sacrificio è una dimostrazione di coraggio, di profonda devozione per la lotta di liberazione delle donne e per l’umanità. Arin Mirkan oggi è diventata un simbolo.

Le stesse combattenti YPJ hanno aperto un corridoio umanitario nei monti del Sinjar, per salvare le persone e soprattutto le donne yezide dalle mani dei daesh (ISIS), impedendo che venissero rapite, violentate, uccise e vendute nei mercati come schiave sessuali.
Le combattenti curde di YPJ continuano a lottare senza tregua contro i nemici di tutta l’umanità.

Alcune cifre
7000 donne curde yezide, cristiane, sciite e musulmane sono state imprigionate dal daesh nel carcere di Telafer nei pressi di Mosul.

Tra 50 e 150 dollari è il prezzo a cui sono vendute al mercato degli schiavi le donne rapite, il cui numero è stimato in più di 3.000.

5000 donne sono state sottoposte a mutilazioni genitali nelle città irachene sotto il controllo di daesh.

Centinaia di donne si gettano dalle scogliere per evitare di cadere nelle mani di daesh.
Le donne del fronte della resistenza sostengono oggi un sistema democratico. Dove ognuno trova il proprio posto.

La comandante delle YPJ Narin Afrin: “Il mio primo dovere come comandante è di mostrare che le donne possono autodeterminarsi”.

Tutte quelle che hanno completato la loro formazione con successo sono la prova che “le donne smentiscono l’idea che esse non possano combattere”.

Noi non siamo favorevoli alle armi e alla guerra e non vorremmo che la gente morisse, ma non abbiamo scelta.

Combattiamo contro questa mentalità oscurantista per esistere. Tutti questi uomini e donne che hanno messo da parte la loro vita per impegnarsi coraggiosamente nella lotta sono a mio parere gli eroi e le eroine più preziosi di questo mondo.

Qui la lotta non passa attraverso il militarismo, ma è autodifesa.

 

Pubblicato il 19 marzo 2015, in eventi, territorio con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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