LOTTA FEMMINISTA…

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REPORT INCONTRO GRUPPO FEMMINISTA

Viviamo una fase di profonda frattura e disgregazione dei movimenti antagonisti e ci è sembrato utile avviare una prima riflessione su quale prassi ricompostiva oggi sia necessaria per ricucire una soggettività conflittuale che metta al centro del dibattito politica la questione femminista e più in generale quella di genere.

A tal fine, il nascente gruppo femminista del Collettivo ha programmato una serie di incontri per mettere a fuoco, a partire da una narrazione storica di compagne impegnate su questo fronte, la questione femminista e di genere.

Il primo incontro si è tenuto giovedì 04 Giugno alla presenza della compagna Rosa Tavella, protagonista negli anni Settanta proprio delle prime commissioni d’avanguardia femminista.

Ha esordito descrivendoci l’origine del femminismo come aggregato politico d’incursione nel privato femminile, e non solo. Poi, ha seguitato elencando, a tratti commossa, alcune chiavi di lettura, che sono fondamentali per definire i congegni che composero il movimento femminista, nato all’interno di un agglomerato di fenomeni sociali e politici, tutt’altro che statici.

Innanzitutto in Italia, il dibattito iniziò in occasione delle prime lotte per il diritto all’aborto, a cavallo tra anni sessanta e settanta, e da qui in avanti. Prima del 1978, quando fu redatta la legge n.194, l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), in qualsiasi sua forma, era considerata, dal codice penale italiano, un reato. Il vaso di pandora si ruppe quando molti medici denunciarono se stessi per aver praticato aborti clandestini. Nel 1975 il tema della regolamentazione dell’aborto riceveva l’attenzione dei mezzi di comunicazione, in particolare dopo l’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti, dopo essersi autodenunciati alle autorità di polizia. Dopo la richiesta di un referendum abrogativo che eliminasse tutti quegli articoli del codice penale che confermavano il reato. Cominciarono le raccolte delle firme. Tra i promotori ci furono: il Partito radicale, il Movimento di liberazione della donna, Lotta continua e Avanguardia operaia.

Proprio tra le file di quest’ultimo, a Lamezia, nel 1975, ci furono le prime commissioni d’avanguardia femminista. I collettivi femministi rappresentavano dei luoghi di riflessione su:

  • Identità femminile, qual è il ruolo di una donna?;
  • Contraccezione, sesso, gravidanza;
  • Slogan: “Il privato è politico!”. Tutto ciò che è umano ci riguarda, ed è un fatto politico da comprendere e spiegare;
  • Il salario si considera adeguato al numero di ore, e mai essere differente per genere ed età;
  • I diritti di genere sono imprescindibili e i servizi d’ausilio alle donne sono necessari.

Si parlava di queste dinamiche perché si dovevano e potevano scoperchiare i limiti quotidiani di tutte e tutti. Solo se si allargava il discorso a tutte le donne, a prescindere da quelle che facevano politica, forse il modello sociale poteva mutare e rivoluzionarsi. All’interno di una critica collettiva della società classista, il femminismo si chiedeva quale ruolo dovesse avere la donna. Quest’ultima, in questo percorso di ricerca del sé, non doveva mettersi in contrasto/confronto con il ruolo maschile, ma farsi garante delle funzioni sociali che lei era in grado di realizzare. Farlo era un diritto, una passione e soprattutto una liberazione. Le donne del femminismo sono quelle che cercavano fiducia, e sorellanza, cioè un monito d’unità totalmente diverso tra di loro. Una relazione che non si basasse sulla competizione e la gerarchia: Il compito che volevano raggiungere era di coesione, e di autocoscienza, affinché si riconoscesse la somiglianza; cioè, quei caratteri fissi che identificavano questa solida vicinanza femminile; forse fisica, pressoché storica. Non dimentichiamo che le donne, dopo il ’68, e la critica delle società precedenti, sentivano di verificare la loro fisicità. Volevano sperimentare altresì la libertà di desiderare cosa essere, cosa mettere, evidenziando l’estrema coscienza dei costumi e dell’economia, essendo francamente, ancora oggi, le vere consumatrici ai banchi della spesa. Per non parlare poi, della naturale propensione della donna, di trasmettere valori, di occuparsi dell’educazione sia all’interno del proprio nucleo familiare, sia al di fuori di esso. Le madri, nei racconti di storie e realtà, fidelizzano la prole ai principi di solidarietà, ma anche alla parola e al canto di lotta. Per quanto riguarda l’assistenza agli anziani, la donna sintetizza quel passaggio sfumato e contemporaneamente netto tra generazioni. Sì, erano in una perenne critica con le precedenti strutture sociali, eppure questo faceva da collante a una contraddittoria ma sentita difesa di generazioni e generi. Le lotte s’inserivano naturalmente negli intrecci amorosi tra donne lesbiche. L’omosessualità, iniziava qui e ora, con le donne collettivamente unite, a valorizzare tutte le possibilità d’essere umani La voglia c’era; era di rivalsa, emancipazione e condivisione. Il rapporto con la capostipite, cioè quello con la madre, si decomponeva da tutte le pratiche di servilismo all’interno della domus, in ottemperanza alle esigenze del pater familias. In quanto madre e figlia ora si sostenevano ed erano ugualmente detentrici di un differente e uguale ruolo, perché la madre suddivideva, con la figlia, il peso del potere paterno.

Gruppo Femminista – Collettivo Autogestito CASAROSSA40

 

Pubblicato il 6 giugno 2015, in comunicati, eventi, territorio con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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