COME IL CAPITALISMO CERCA DI SOPRAVVIVERE

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Continuano gli appuntamenti di Casarossa40 con l’assemblea di venerdì 17 febbraio (ore 18:00 Palazzo Panariti) con Marco SCHIAFFINO di Attac Italia.  Parleremo dei Trattati Internazionali (TTIP, TISA, CETA) e delle pesanti ricadute in termini di salute e compressione dei diritti di milioni di lavoratori e cittadini. I trattati internazionali, quindi, come strumenti ideologici e di classe per ribadire il primato del mercato e del profitto su salute e diritti.

Riportiamo due interessanti articoli che provano a svelare i pesanti effetti dei trattati sul lavoro, la salute ed i diritti.

TTIP: IL POTERE DELLE MULTINAZIONALI SULLE NOSTRE VITE

[infoaut – 04/06.2015]

Nel pressoché totale silenzio dei media, dal 2013 è in corso un negoziato tra Stati Uniti ed Unione Europea finalizzato alla creazione di un’ampia area di libero mercato transatlantico tra le due entità (super-)statuali continentali: TTIP (TransAtlatic Trade & Investment Partnership), ovvero “Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”. Come spesso accade in questi casi, la definizione esprime una sensazione al contempo di grandezza e neutralità, fattori che concorrono a definire come irreversibile il processo in corso. Sulla taglia della nuova definizione giuridico normativa degli scambi c’è poco da contestare – dal momento che Europa e Stati Uniti producono tuttora metà del Pil mondiale e un terzo del commercio mondiale. Sulla supposta neutralità di questi trattati c’è invece molto da eccepire e ne va riconosciuta la natura ideologica e performativa. Abbiamo qui a che fare con la strategia discorsiva propria del Neoliberismo che tende a rappresentare come “naturali” processi di aggiustamento strutturale delle economie e delle regole che le fanno funzionare, tali da produrre cambiamenti significativi nelle vite delle popolazioni coinvolte da queste decisioni.

L’obiettivo dichiarato è l’abbattimento delle protezioni doganali tra le due aree territoriali e la standardizzazione/omologazione delle procedure tecniche che regolamentano la messa sul mercato delle merci. L’agognata “semplificazione” (parola tanto cara a Renzi e ai capitalisti ultra-liberisti di mezzo mondo) si tradurrà inesorabilmente in una perdita secca di  controlli sulla qualità (e non nocività) delle merci. La cosa è particolarmente pericolosa per l’agro-alimentare e la farmaceutica, due dei più grossi rami produttivi interessati dalla nuova regolamentazione. Come spesso accade nel capitalismo, la standardizzazione si fa verso il basso, perché essenziale è ridurre i costi dei prodotti, quindi della forza-lavoro e dei controlli sulla qualità. Un attacco ai diritti dei consumatori che si configura piuttosto e più radicalmente come attacco alle condizioni di vita delle classi subalterne. Assisteremo insomma al prodursi di una sorta di apartheid del consumo alimentare, con una produzione standardizzata e massificata a marchio statunitense – una walmartizzazione dell’Europa –  cui farebbe da contraltare una produzione europea di alta qualità destinata ai ricchi. WalMart e Eataly diventano un po’ i modelli fintamente antagonistici di una scelta imposta, immagine appena forzata se si considera peso e ruolo delle multinazionali nella definizione degli accordi in questione.

Gli accordi prevederebbero inoltre un’accelerazione nella circolazione del flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici. Troppo spesso si rimuove l’amara realtà, che questi accordi ci sbattono violentemente in faccia, che nel capitalismo ogni aspetto della vità è merce. Nelle società capitalistiche avanzate, da almeno due decenni i servizi alla persona sono uno dei maggiori ambiti di valorizzazione capitalistica. Gli effetti di un’ulteriore mercificazione di questi servizi, a detrimento delle residuali garanzie in termini di diritti e qualità, lasciano immaginare il futuro che ci aspetta dopo l’applicazione del Partenariato. Altro aspetto non proprio irrilevante, gli accordi prevedono l’introduzione di un arbitrato internazionale (ISDS – Investor-state dispute settlement) che garantirà alle imprese la possibilità di intentare cause per «perdita di profitto» contro i governi dei paesi europei che intendessero promulgare legislazioni potenzialmente ostili alle loro aspettative di profitto. Una bella doccia fredda per chi si ostina a parlare di «sovranità nazionale» e «democrazia».

In costante declino sul piano economico, contestati nella loro pretesa egemonica di unica super-potenza mondiale, gli Stati Uniti  non si arrendono ai rivolgimenti storici che ne mettono in discussione la supremazia. All’irrefrenabile interventismo politico-militare ai quattro angoli del globo, fa seguito da diversi decenni l’articolazione di una produzione normativa di leggi e dispositivi economico-politici che impongono al resto del mondo i modi di adeguamento ad un capitalismo di cui vogliono continuare a essere i principali beneficiari: NAFTA, ALCA, TPP (accordo complementare del TTip sul versante Pacifico)… Lungi dall’essere però solo il prodotto delle brame statunitensi, queste proposte trovano il sostegno attivo delle classi dirigenti capitalistiche occidentali, che ne condividono modi, finalità e vantaggi, mentre le élite dei paesi dell’ex Terzo Mondo e dell’ex Patto di Varsavia ne contestano piuttosto l’articolazione gerarchica, meno i contenuto capitalistici di fondo (vedi l’orientamento iper-estrattivista dei paesi del Brics).

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SI SCRIVE TTIP, SI LEGGE SOTTO-OCCUPAZIONE E PRECARIETÀ

Roberto Ciccarelli  [il manifesto – 07.05.2016]

Due milioni di posti in più, uno in meno? Quella che il Ttip ci consegna è la stessa guerra sui numeri in corso sull’occupazione prodotta dal Jobs Act. Il lavoro ha sempre meno valore. Il valore è determinato dai discorsi dei politici o dei banchieri sull’occupazione e il suo futuro.

L’effetto annuncio è fondamentale anche nel commercio internazionale. Il 13 giugno 2013 il primo ministro inglese David Cameron annunciò che il Ttip avrebbe prodotto 2 milioni di posti di lavoro tra

Stati Uniti e Europa. L’annuncio fu accolto come una tesi verosimile anche perché, allora come oggi, nessuno conosce cosa c’è scritto in questi accordi di libero scambio. Nella politica economica funziona così: si fissa un numero e si scolpisce una percentuale. Su questa base fittizia si decide come andrà il mondo per la prossima generazione.

Quattro mesi dopo, in ottobre, i due milioni si erano già ridotti a una cifra più vaga, ma pur sempre epocale. L’allora capo negoziatore europeo, il commissario Karel de Gucht, parlò di «milioni di impieghi». La seduta di training autogeno nelle cancellerie europee non stava funzionando e presto sarebbe scattato il panico.

La Commissione europea mise a lavorare i suoi esperti nelle segrete stanze, ma preferì non rivelare le conclusioni del loro report. Usando tutte le tabelline per calcolare l’infinitesimale e il nulla, si è saputo che l’impatto occupazionale della cancellazione delle barriere tariffarie e dei regolamenti previsti nel Ttip avrebbe prodotto una catastrofe: i paesi dell’Unione Europea avrebbero perso 680 mila posti, mentre gli Stati Uniti «solo» 325 mila. Praticamente l’opposto di quanto annunciato da Cameron tre anni fa.

Nella storia recente del commercio internazionale le prove ci sono. Nel 1993 Clinton firmò, e fece firmare, il Nafta. Esibì sul mercato della politica la cifra record di 20 milioni di impieghi nuovi di zecca. Dieci anni dopo, un’analisi dell’Economic Policy Institute ha dimostrato che il Nafta ha sortito l’effetto opposto sull’economia americana: l’aumento delle esportazioni non ha compensato quello della concorrenza, né l’importazione dei prodotti dall’estero e ha provocato la distruzione netta di quasi 900 mila posti di lavoro. Danni collaterali della guerra dei numeri.

Oscillando tra un polo negativo a uno positivo, il «mood» tra le due sponde dell’Atlantico è sempre stato bipolare. A seconda della pillola presa, negli uffici di Confindustria o nelle ambasciate Usa nelle capitali europee, gli studi sull’impatto del Ttip hanno mostrato la fastidiosa tendenza a divergere, mantenendo sempre una costante: qualsiasi forma avesse preso il trattato – ambizioso oppure in formato mini – ai partner transatlantici sarebbe andato meglio anche nel peggio.

L’economista Jeronim Capaldo che lavora sulle previsioni del Ttip dal 2014 ha rivelato che a Parigi scoppierà l’inferno. Da un lato, si confermano la perdita occupazionale e il crollo dei redditi di lavoro pari all8% in Francia, mentre il 7% del Pil sarà trasferito dal reddito da lavoro ai profitti nel Regno Unito: il paese che vanta il primato di un primo ministro in carica con i conti a Panama (chiusi, dice Cameron). La simulazione di Capaldo dimostra che ogni lavoratore in Francia subirebbe perdite di 5.500 euro all’anno, 4200 nel Regno Unito, 3400 in Germania.

Le sorti dell’Italia dipendono dai modelli matematici. Quello usato da Confindustria e dall’ambasciata Usa in via Veneto è arrivato a prospettare un aumento dell’export di 2 miliardi di euro in tre anni e 30 mila posti di lavoro. Una prospettiva che deve avere ingolosito Renzi e il cerchio magico dei suoi numerologi, quelli che costringono il paese alla penosa ricerca di millesimi anti-gufo ad ogni report dell’Istat.

Non sarà così, basta cambiare stime economiche. O scegliere una pillola con il colore diverso. Quella che il Ttip ci consegna è la stessa guerra sui numeri in corso sull’occupazione prodotta dal Jobs Act. Il lavoro ha sempre meno valore. Il valore è determinato dai discorsi dei politici o dei banchieri sull’occupazione e il suo futuro.

Ogni occasione è buona per dare una sciabolata al costo del lavoro e far pagare le conseguenze del libero mercato a chi dovrebbe vivere con il proprio reddito. L’ultimo bollettino della Bce spiega il Ttip o il Jobs Act e la politica economica che li hanno partoriti. «Le riforme del lavoro, approvate durante la crisi, potrebbero aver alterato il funzionamento del mercato del lavoro» si legge. Il condizionale è d’obbligo tra gli austeri contabili di Francoforte. Per chi non porta la grisaglia, è possibile declinare il tempo del verbo al passato prossimo o al futuro: tali riforme «hanno portato» e «porteranno» alla deflazione, alla desalarizzazione del lavoro, all’annullamento delle tutele. Si scrive Ttip o Jobs Act, si legge sotto-occupazione, precarietà e lavoro gratis.

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TTIP, LA «NATO ECONOMICA»

Manlio Dinucci [il manifesto – 03.05.2016]

Cittadini, enti locali, parlamenti, governi, interi Stati esautorati dalle scelte economiche, messe nelle mani di organismi controllati da multinazionali e gruppi finanziari, violando i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e la sicurezza alimentare, demolendo servizi pubblici e beni comuni: per tali ragioni, espresse dalla Campagna Stop Ttip promotrice della manifestazione del 7 maggio a Roma, va respinto il «Partenariato transatlantico su commercio e investimenti» (Ttip), negoziato segretamente tra Usa e Ue.

A tali ragioni se ne aggiungono altre, di cui poco o niente si parla: quelle di carattere geopolitico e geostrategico, che rivelano un progetto molto più ampio e minaccioso.

L’ambasciatore Usa presso la Ue, Anthony Gardner, insiste che «vi sono essenziali ragioni geostrategiche per concludere l’accordo».

Quali siano lo dice lo U.S. National Intelligence Council: esso prevede che «in seguito al declino dell’Occidente e l’ascesa dell’Asia, entro il 2030 gli Stati in via di sviluppo sorpasseranno quelli sviluppati». Per questo Hillary Clinton definisce il partenariato Usa-Ue «maggiore scopo strategico della nostra alleanza transatlantica», prospettando una «Nato economica» che integri quella politica e militare. Il progetto di Washington è chiaro: portare la Nato a un livello superiore, creando un blocco politico, economico e militare Usa-Ue, sempre sotto comando statunitense, che – con Israele, monarchie del Golfo e altri – si contrapponga all’area eurasiatica in ascesa, basata sulla cooperazione tra Russia e Cina, ai Brics, all’Iran e a qualunque altro paese si sottragga al dominio dell’Occidente.

Il primo passo per realizzare tale progetto è stato quello di creare una frattura tra Unione europea e Russia.

Nel luglio 2013 si aprono a Washington i negoziati per il Ttip, che stentano a procedere per contrasti di interesse tra gli Usa e le maggiori potenze europee, alle quali la Russia offre vantaggiosi accordi commerciali. Sei mesi dopo, nel gennaio/febbraio 2014, il putsch di piazza Maidan sotto regia Usa/Nato innesca la reazione a catena (attacchi ai russi di Ucraina, distacco della Crimea e sua adesione alla Russia, sanzioni e controsanzioni), ricreando in Europa un clima da guerra fredda. Contemporaneamente, i paesi della Ue vengono messi sotto pressione dai flussi migratori provocati dalle guerre Usa/Nato (Libia, Siria), cui essi hanno partecipato, e da attacchi terroristici firmati dall’Isis (creatura delle stesse guerre).

In questa Europa divisa da «muri di contenimento» dei flussi migratori, in cui si diffonde la psicosi da stato di assedio, gli Usa lanciano la più grande operazione militare dalla fine della guerra fredda, schierando a ridosso della Russia cacciabombardieri e navi da guerra a capacità nucleare.

La Nato sotto comando Usa, di cui fanno parte 22 dei 28 paesi Ue, intensifica le esercitazioni militari (oltre 300 nel 2015) soprattutto sul fronte orientale. Lancia allo stesso tempo, con unità aeree e forze speciali, operazioni militari in Libia, Siria e altri paesi del fronte meridionale, connesso con quello orientale. Tutto ciò favorisce il progetto di Washington di creare un blocco politico, economico e militare Usa-Ue.  Progetto che ha l’incondizionato consenso dell’Italia, oltre dei paesi dell’Est legati più agli Usa che alla Ue.

Le maggiori potenze, in particolare Francia e Germania, stanno ancora contrattando. Intanto però si stanno integrando sempre più nella Nato. Il Parlamento francese ha adottato il 7 aprile un Protocollo che autorizza l’installazione sul proprio territorio di comandi e basi Nato, installazione che la Francia aveva rifiutato nel 1966. La Germania – riporta der Spiegel – è disponibile a inviare truppe in Lituania per rafforzare lo schieramento Nato nei paesi baltici a ridosso della Russia. La Germania – riporta sempre der Spiegel – si prepara anche a installare una base aerea in Turchia, dove già operano Tornado tedeschi ufficialmente in funzione anti-Isis, rafforzando lo schieramento Nato in quest’area di primaria importanza strategica.

La crescente integrazione di Francia e Germania nella Nato, sotto comando Usa, indica che sulle divergenze di interessi (in particolare sulle costose sanzioni alla Russia) stanno prevalendo le «ragioni geostrategiche» del Ttip.

Pubblicato il 6 febbraio 2017, in eventi, territorio con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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