RIPRENDIAMOCI IL COMUNE

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[…] qual è l’essenza della città per il potere?
Ai suoi occhi, essa appare piena di attività sospette,
ribolle di delinquenza; è un focolaio di agitazioni

Henri Lefebvre, Le droit à la ville (1968)

Non c’è comune senza lotta per il comune.
Non c’è lotta per il comune senza soggettività del comune.
Non ci sono istituzioni del comune senza rottura con le istituzioni esistenti.

Gigi Roggero, Elogio della militanza (2016)

Oggi, come spesso è accaduto in passato, la città, il suo spazio urbano (centro e periferia) e le sue campagne si trasformano in spazi dove si condensano e precipitano gli effetti del capitale e della sua crisi sistemica. Non è un caso infatti che tali spazi sono diventati centrali nello scontro di classe e del conflitto sociale.

La crisi sistemica ha avuto come uno dei tanti effetti quello di accelerare i processi di finanziarizzazione ed espropriazione di beni e risorse pubbliche. Fare casse con i beni collettivi è la risposta del Governo e della Finanza globale a questa crisi; risposta che è frutto di una logica capitalistica attuata tramite le politiche di austerità, dei tagli e del pareggio di bilancio.

logo_rev-4La povertà e i processi di impoverimento, risultato della crisi economica, vengono affrontati con provvedimenti da shock economy che non risolvono i problemi quotidiani di chi cerca di sopravvivere all’asprezza della crisi, ma anzi favoriscono palesemente mercato e finanza.
Questa sottrazione di risorse destinate al welfare sta privando di energia e legittimazione tutti gli istituti della rappresentanza politica – partiti e sindacati concertativi in primis – che oggi hanno completamente perso forza ed efficacia sociale.
Il progressivo ritirarsi dello Stato dalle forme del welfare in tutti i territori del nostro paese sta rendendo degli involucri vuoti tutti i corpi intermedi della regolazione sociale sostituiti da una parte da un apparato repressivo come elemento di controllo sociale e, dall’altro, dal cosiddetto privato sociale come elemento di garanzia ed accesso ad un welfare che muta la sua forma da statale a privata.

In questo contesto di instabilità sociale e istituzionale si apre nei territori, e per chi in essi milita, uno spazio importante di possibilità per risolvere le difficoltà quotidiane e la condizione di precarietà e sofferenza in una prospettiva collettiva, mutando nelle lotte la condizione di impoverimento in condizione di potenza perché se la crisi è sistemica non ci sono molte possibilità: o salvaguardare il sistema, accettando che l’intera vita delle persone e la natura siano messe al servizio del capitale, oppure uscire dalla rassegnazione, prendendo coscienza collettiva della necessità di abolire un sistema che, per garantire enormi profitti ad un’esigua minoranza di persone, condanna alla povertà e alla solitudine la stragrande maggioranza della popolazione.

Su questo secondo sentiero, la riappropriazione sociale dei beni comuni e dei servizi diviene la base per la costruzione di una nuova soggettività conflittuale che sappia mettere in campo un’economia socialmente ed ecologicamente orientata, partendo dalla condivisione collettiva su “cosa, come, dove e per chi produrre”; che si riappropri della ricchezza sociale prodotta per garantire redistribuzione e investimenti socialmente utili; che faccia della partecipazione sociale diretta l’humus per una nuova società.

logo REV5_defUna società che deve rovesciare il senso dei concetti di spazio e di tempo propugnato dall’ideologia liberista: se in questa lo spazio si amplia a dismisura, fino a far diventare il pianeta un unico grande mercato, e il tempo si restringe drasticamente, sino a considerare come unica scadenza l’indice di Borsa del giorno successivo, occorre che il nuovo modello sociale operi inversamente, restringendo lo spazio verso l’ambito territoriale delle comunità locali, all’interno delle quali si deve ripartire per ricostruire una nuova soggettiva conflittuale antagonista.

Questo approccio chiaramente non deve essere ostativo ad un percorso di natura “internazionalista” che metta al centro, oltre ad una adeguata conoscenza dei processi di accumulazione del capitale globale, anche una forte campagna di solidarietà e sostegno ai popoli in lotta che oggi resistono allo strapotere delle forze imperialiste e dell’oppressione.

È necessario, allora, promuovere processi che vedano protagonisti i comitati popolari, le organizzazioni sociali e le comunità locali nella costruzione di mobilitazioni in difesa del territorio e della salute, per la riappropriazione sociale dei beni comuni, per una nuova economia sociale territoriale che metta al centro dell’agire nuove forme autonome, autogestionarie e di democrazia diretta, che respinga il meccanismo – spesso autoassolvente – della delega e delle scorciatoie elettoralistiche.

Riprendiamoci il Comune vuole essere una pratica di mobilitazione cittadina per rimettere al centro la partecipazione diretta delle comunità locali per la costruzione collettiva di un’adeguata consapevolezza sull’attacco espropriatore messo in campo da Governo, finanza e mercato e di nuovi strumenti concreti di azione per riappropriarsi di quello che appartiene a chi vive e lotta in città.

Proveremo quindi a costruire un laboratorio popolare sull’autogoverno coinvolgendo le realtà territoriali e i singoli cittadini che non vogliono limitarsi a rivendicare un “altro mondo”, ma provano ad agirlo nel loro quotidiano.

Intendiamo aprire degli scenari di possibilità per un nuovo governo del territorio, capace di elaborare forme permanenti, autonome e popolari per la raccolta e il coordinamento di istanze, bisogni e desideri, perché non esiste nessun tipo di avanzamento delle lotte contro la crisi e l’austerità senza la creazione di un rapporto di forza reale, fatto di corpi in carne ed ossa che divengono forti proprio nei processi di autorganizzazione.

Per fare ciò non esistono scorciatoie semplicistiche.

Ci pare invece necessario sperimentare e dare continuità alle possibilità di una politicizzazione antagonista della povertà, delle dinamiche di impoverimento, e alla costruzione di relazioni di lotta nell’eterogeneo mondo degli sfruttati e delle sfruttate alla ricerca di una ricomposizione possibile dentro una prospettiva rivoluzionaria.

Perché, se è vero che la rappresentanza istituzionale non ci interessa, è altrettanto vero che il governo della città è un terreno di lotta e di forte conflittualità sociale, un terreno su cui agire una rottura intransigente con quanti invece intendono speculare sulle vite e sulla salute di chi abita la nostra città e con quanti hanno trasformato il nostro territorio in una grande zona franca per la lobby degli speculatori della green economy e dei costruttori, e per gli sciacalli del privato sociale, soggetti che hanno sviluppato una grande capacità di rappresentare e far valere i loro interessi dentro le istituzioni cittadine e contro la maggioranza della popolazione.

Dentro questo quadro desolante diventa importante porre l’attenzione sulla questione di “chi e come” decide sulle nostre vite, agendo fuori dall’arena elettorale per un sostanziale ribaltamento del piano d’azione e per il mutamento degli attuali rapporti di forza.

Se vogliamo riprendere parola sul futuro della nostra città dobbiamo far spaziare la nostra azione all’interno di alcuni grandi filoni d’inchiesta e lotte sociali che oggi acquistano un’importanza strategica all’interno di un quadro ricompositivo di classe:

Difesa del territorio e diritto alla città
• Reddito, lavoro e ridistribuzione
• Democrazia diretta, autogoverno, riappropriazione
• Solidarietà, antirazzismo ed antifascismo
• Cultura, formazione ed accesso ai saperi

Questi filoni d’inchiesta non possono prescindere dal contesto politico e sociale nel quale operiamo come collettivo e che vede le realtà antagoniste/anticapitaliste in difficoltà sul piano delle lotte sociali.

Coscienti, quindi, che non è possibile costruire una nuova soggettività antagonista “a tavolino”, occorre attrezzarci per cogliere, di volta in volta e in “ciò che si muove”, le opportunità per rafforzare politicamente la nostra gente, la nostra classe, ed essere punto di riferimento – tra mcasarossa_antifaolte altre esperienze di lotta – di una prospettiva di cambiamento reale.
Diventa centrale, in una primissima fase, far veicolare i contenuti del progetto “Riprendiamoci il Comune” in tutte le opportunità e le interazioni che il nostro agire politico ci pone dinanzi (assemblee, rassegne, comitati, coordinamenti, ecc.).
Questo diventa un modo per dare unicità alla nostra azione politica e sociale sul territorio e far veicolare e conoscere la campagna ad un pubblico più prossimo a noi, al circuito “militante” con il quale interagiamo.

Ciò chiaramente non basta.

Occorre rompere il muro di silenzio che ci separa dalla “nostra gente”. Questa fase del progetto dovrà essere caratterizzata e sviluppata come una sorta di “scuola territoriale e popolare di autoformazione al conflitto” in cui vengono esplicitati i nessi tra le diverse problematiche sociali e gli intrecci tra scelte globali e ricadute territoriali.

In essa Casarossa40 deve fungerà da soggetto promotore di un momento di controtendenza sociale rispetto a quello che oggi sono i luoghi comuni costruiti dalla politica locale attorno ai temi come la salute, i migranti, l’ambiente, i beni comuni, solo per citarne alcuni.

La cassetta degli attrezzi si dovrà riempire e svuotare di volta in volta a seconda delle esigenze contestuali: presidi e cortei, banchetti di controinformazione, manifesti e volantini, assemblee pubbliche e rassegne, ecc.

rebel cityPer fare ciò sarà fondamentale seguire passo passo tutti gli sviluppi e le scelte di natura politica, economica e finanziaria dell’Amministrazione e smascherare tutti i meccanismi perversi di gestione delle finanze territoriali; denunciare quali sono i gap e gli svantaggi strutturali del patto di stabilità insieme alle cause vere del debito pubblico; proporre e provare ad agire delle alternative adatte a scardinare la fissità del problema della redistribuzione delle risorse.
La seconda fase emergerà da ciò che saremo riusciti a produrre e da ciò che affiorerà in termini di vertenzialità e mobilitazione diffusa. Avendo sempre, come duplice obiettivo, la necessità, da una parte, di prefigurare lo scenario di un altro modello di territorio e di città e, dall’altra, di perseguire in tutte le tappe del percorso il coinvolgimento diretto della “nostra gente”, della nostra classe, come elemento costituente dell’altro modello stesso.

Chiaramente “Riprendiamoci il Comune” è, per sua natura, un processo destinato a non avere una scadenza o una conclusione e mira a favorire lo sviluppo di comunità territoriali consapevoli e capaci di mobilitarsi per la riappropriazione sociale di quello che a tutti appartiene.

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